liturgia e silenzio


année-liturgique1
La sobria liturgia del Claustrum Sancti Johannis include elementi tratti dalle tradizioni della Chiese cosiddette mainstream (soprattutto di quelle anglicana, luterana e neogallicana), e altri tratti dai testi di preghiera delle minoranze dei cristiani spirituali, ad es. i giurisdavidici e gli universalisti.  Sono pure in uso testi liturgici (inclusa un’eucaristia paleo-cristiana, ricavata dalla Didaché)  che il prof. Umberto Pagnotta propose nei culti unitariani in Italia durante gli anni ’70.
Come spazio e opportunità per l’anima orante, l’uso del silenzio durante il culto è caldeggiato: circa venti minuti, sul totale di un’ora di Servizio Divino, sono riservati a tale disciplina. Nello spirito pan-cristiano, la nostra gratitudine va alla Società Religiosa degli Amici (Quaccheri), che ha esplorato il silenzio comunitario come matrice “pneumatica”. Ma, come sappiamo, la tradizione dell’esichìa claustrale è molto antica. Il padre Loyson scriveva nel suo diario il 29 dicembre 1911, poco più di un mese prima della morte: “La più alta religione è quella che adora senza parlare di Dio né a Dio. Silentium tibi laus“.
Di particolare pregnanza, per lo spirito di meraviglia e di lode che la pervade, è la celebrazione del Santo Natale, e per lo spirito di penitenza e di attesa quella della Veglia Pasquale la sera del Sabato Santo. La elevazione del pane (o dell’ostia), durante il culto, include canto del “Sol Iustitiae” (Mal. 3, 20).

gallican3ardon

 

Ispirazione: Veni, Sancte Spiritus e A Te ricorro, Spirito amato 

Già il profeta d’Iran, Spitama Zarathushtra, attestò che all’inizio di inni e preghiere è opportuno invocare il benefico Spirito divino (Gatha Ahunavaiti, Y. 28,1).  Se non c’è il soffio interiore, l’autenticità della preghiera è dubbia.
Il Veni, Sancte Spiritus è il “sigillo” dell’ispirazione: le immagini che vi sono contenute – pur non conferendo, di per sé, alcuna virtù – hanno una pregnanza tale da lasciare difficilmente indifferente colui le evoca.

holy spiritVeni, Sancte Spíritus / et emítte caelitus /lucis tuæ rádium.
Veni, pater páuperum /veni, dator múnerum /veni, lumen córdium.
Consolátor óptime dulcis hospes ánimæ /dulce refrigérium.
In labóre réquies / in aestu tempéries / in fletu solácium.
O lux beatíssima /reple cordis íntima /tuórum fidélium.
Sine tuo númine / nihil est in hómine / nihil est innóxium.
Lava quod est sórdidum / riga quod est áridum /sana quod est sáucium.
Flecte quod est rígidum /fove quod est frígidum /rege quod est dévium.saintesprit2
Da tuis fidélibus /in te confidéntibus /sacrum septenárium.
Da virtútis méritum /da salútis éxitum / da perénne gáudium.

Amen.

Il Veni, Sancte Spiritus  è preceduto di primi due versi o dalla intera prima sestina della Preghiera allo Spirito Santo dei Giurisdavidici:

holyspirit2A Te ricorro
Spirito amato
[Ti prego assistimi
ché umil, prostrato
Ti vengo a rendere
debito amor
]

 

Pentimento: Agnus Dei, Preghiera del Cuore, III Lamentazione dal Libro dei Celesti Fiori 

Siamo consci che la preghiera può “decollare” solo se sussiste la volontà di rigettare il peccato: senza di ciò, infatti, essa è vaniloquio. Pur non presumendo l’avvenuto affrancamento dal peccato (ché anzi essa tende anche a quello), la preghiera, per assumere consistenza, implica la volontà  – che, anche quando sfilacciata, si dispone allo sforzo – di liberarsi dalle viscide catene del peccato. Perché ciò avvenga, occorre  in primis appellarsi alla grazia di Dio.
Nella tradizione cristiana due preghiere chiamano, come l’urlo davidico “dal profondo” (Sal. 128, 1), la grazia divina:

l’Agnus Dei

Agnus Dei qui tollis peccata mundi / miserere nobis 
Agnus Dei qui tollis peccata mundi / miserere nobis
Agnus Dei qui tollis peccata mundi / dona nobis pacem

(Agnello di Dio, che sopporti i peccati del mondo / abbi pietà di noi
Agnello di Dio che sopporti i peccati del mondo / abbi pietà di noi
Agnello di Dio che sopporti i peccati del mondo / donaci la pace)

friedericAnche se l’antefatto storico è il brutale rito del capro espiatorio (descritto nel cap. 16 del Levitico), che Gesù di fatto abroga con il proprio sacrificio e con il messaggio che solo sacrificando il proprio ego si giunge a Dio, l’Agnus Dei ha l’immenso merito di ricollegare la tradizione cristiana alla venerazione ariana per i buoni animali, in particolare alla Gatha (inno) Ahunavaiti della tradizione zoroastriana, in cui si registra il compianto di “Geush Urvan”, l’anima delle greggi, per il dolore che l’uomo le fa patire.
E’ interessante osservare come il padre Loyson, nel suo diario, annotasse che il figlio Paul, dopo le esequie della madre (e sua sposa amatissima), lo aveva invitato – dinanzi alla prospettiva di vedovanza solitaria che Loyson assumeva in pieno – a “risalire a quei focolari arii che precedettero il cristianesimo, e a fondare un sacro focolare sulla tomba della mamma“, il che era inteso a rimarcare, con la sacralità della famiglia, la devozione filiale e l’unità domestica come riflesso dell’Unità divina. Del resto, Loyson aveva predicato la paternità come sacerdozio.

La Preghiera del Cuore
“Signore Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”
La  Preghiera del Cuore, nota anche come preghiera del Signore o preghiera del Nome, è in realtà il condensato di tre momenti evangelici:
blind jericho1) l’implorazione del cieco di Gerico (Mc. 10, 47): “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me
2) la preghiera del pubblicano: “O Dio, abbi pietà di me peccatore” (Lc. 18, 13)
3) l’attestazione degli apostoli dopo che Gesù calmò le acque del lago di Genesaret: “Tu sei veramente il Figlio di Dio” (Mt. 14, 33), ribadita del centurione quando alla morte di Gesù la natura fu scossa : “Veramente costui era il Figlio di Dio” (Mt. 27, 54)
Mentre nella tradizione ortodossa si insiste sulla “potenza del Nome” di Cristo nella reiterazione prolungata – quasi ininterrotta da parte di alcuni monaci – della preghiera, per noi il suo valore sta nella sua piccolezza evangelica: quella il cieco che chiede la vista, del pubblicano che non osa neppure alzare gli occhi al cielo, degli apostoli salvati dalla tempesta che si prostrano, del centurione che ammette l’errore tragico dei suoi colleghi uccisori di Gesù. Essa  esprime bene, nella sua brevità, quella dell’anima contrita, “breve” perché ripiegata su di sé, in uno stato di dipendenza dall’Altro divino.

La Lamentazione III dal Libro dei Celesti Fiori

fioricelestiE’ il canto sommesso del risveglio dal letargo del peccato, scritto da David Lazzaretti. I primi tre versi vengono proposti in forma di preghiera:
1. Signore, voi mi svegliaste mentre io dormivo profondamente nel sonno dell’iniquità e del delitto
2. Io mi riscossi fremendo entro me stesso e muggii qual fiera che colpita viene da incognita mano e invisibile strale
3. Fu breve il mio dolore anzi fu come un lampo, ma immensa è la dolcezza che or prova l’anima mia di una sì amabile e salutevole ferita

 

Un gesto di pentimento e di resa amorosa: il Segno della Croce
Il padre Loyson, come si constata dai diari, amava il segno della Croce, lo riceveva come sigillo di Presenza divina.
Questa visione del Segno non ha nulla a che fare con quello meccanico, formale, e ancor meno con quello egocentrico di chi lo mima come una “magica” assicurazione sulla propria vita e i propri beni, o come segno di vittoria (imitando il famigerato”In Hoc Signo Vinces” che è stato usato per dare la morte).
cross2Il Segno della Croce è l’opposto nella sua essenza: esprime un’ intenzione, quella di “crocifiggere” il proprio ego, donando a  Cristo – e perciò rendendo “cristici” – la mente, il cuore, le membra (cioè l’intelletto, il sentimento, e l’energia), ma esprime soprattutto, una resa amorosa, l’accoglimento e la trasfigurazione in sé, attraverso il Cristo, di quella che i manichei chiamavano “La Croce di Luce”, ovvero del sacrificio cosmico, del dolore e della separazione intrecciati, come sono, al giubilo e alla comunione, lungo i quattro punti cardinali.

signofthecrossCredo che l’unità – lesa – sia restaurata dalla Croce di Cristo, in cui sta la riconciliazione; le lacerazioni vengono tratte, avvolte e trasformate dal Divino Amore, che con il suo svolgersi cruciforme, dal cuore-centro, abbraccia la sfera universale. L’intero cosmo è convocato alla Croce, affinché le sue lesioni infette – dalle prime convulsioni siderali fino ai sottili crimini del pensiero contemporaneo – siano ripulite, drenate e guarite.
E’ salutare vivere nel segno della Croce e con l’impulso a coinvolgere in quel sacro abbraccio le parti separate della natura, dai fiori alle stelle, ai ricordi, ai morti: guardando la Luna nel cielo, ad esempio, e rispondendole con un segno della Croce su di sé, come sigillo di lode e di anelito alla comune redenzione. Una Croce che, partendo dalla singola realtà contemplata o incontrata, includa tutto il campo visivo e ogni oltre” (M. Moramarco, Testamento di un Libero Muratore)


Purificazione: le Litanie Mariane

Il pentimento comporta la purificazione, che si risolve nella virginalità, la quale, secondo Louis-Claude de Saint-Martin, ha le sue matrici scritturali nelle “tre Vergini”
1) lo Spirito di Dio, Ruach ‘Elohim, che “covava” sulle acque (Gn. 1,2),
2) Sophia, la Saggezza, che era con lui all’atto della creazione (Pr. 8, 22-31)
3) l’Adamo celeste, di natura androgina (Gn. 1, 27)
che stanno a fondamento del sacro stato di Maria.

Loyson credeva fermamente nella componente  femminile del Divino. In una lettera al figlio Paul, egli ricordava come per gli antichi Egizi, la divinità fosse “il Padre dei padri e la Madre delle madri”, e per la Festa dell’Assunzione (1 agosto) del 1909 egli tradusse in chiave esistenziale la “mediazione” mariana, che ha base evangelica nell’episodio delle nozze di Cana (Gv. 2, 3), giungendo a vedere nella defunta moglie Emilie il riflesso della sponsalità pura e materna di Maria.

Nel Cristianesimo del I millennio si sviluppò la venerazione a Maria, che raggiunse vertici lirici altissimi. Le immagini che la figura della Madre di Cristo (e “Madre di Dio”, in quanto generatrice del divino nell’umano). ispirava sono perle della vita spirituale cristiana.
Le Litanie Lauretane, anche corrette e integrate dalla versione dei Giurisdavidici, restano un “cristallo-tipo” di quelle immagini, che offrono un sicuro stimolo purificatorio all’orante:

Sancta Marìa – ora pro nobismaryperpetualhelp2
Sancta Vìrgo Vìrginum …
Mater Christi …
Mater Ecclesiae…
Mater Purissima…
Mater Inviolata…
Mater Intemerata…
Mater Amabilis…
Mater Admirabilis…
Virgo Clèmens…
Virgo Fidèlis …
Spèculum Iustìtiae …
Sèdes Sapiéntiae…
Causa Nòstrae Laetìtiae…
Vas Spirituale…
Rosa Mystica …
Lilium Convallium…
Turris Davìdica…
Turris Ebùrnea…
Domus Aurea…grunewald2
Foèderis Arca …
Iànua Caeli…
Stella Matutina …
Sàlus Infirmòrum…
Refùgium Peccatòrum…
Consolatrix Afflictòrum..
Auxìlium Creaturarum Omnium…
Regina Angelòrum…
Regina Patriarchàrum…
Regina Prophetàrum…
Regina Apostolòrum…
Regina Sanctòrum Omnium…
Regina Pacis…
Stella Maris…
Ancilla Dòmini…
Carmen Dei…
Mater Vitae Novae…
Templum Veritatis…
Spes Miserorum Sine Spe…
Lumen Vitae Mortuis – ora pro nobis

Amen.

La purificazione mariana si traduce nella protezione dalla impurità assoluta che è il male. Perciò nella Chiesa  si recitano le due quartine finali della preghiera giurisdavidica per invocare la protezione della B.V. Maria

E quando arrivato / sarò all’agonia / ti prego Maria / soccorrimi Tu
raccogli quest’alma /  nel santo tuo velo / e scortala in Cielo / unita con Te”


Lode

La Lode è, per il fedele, una primizia del Paradiso. E’ quello stato effusivo dell’essere che l’individuo trae da Dio stesso: lo stesso nome divino Shaddai, normalmente tradotto dall’ebraico come “Onnipotente”, significa in realtà, come spiega bene il cristiano spirituale Sebastian Franck nel III dei suoi Paradoxa (1534): “una traboccante pienezza di ogni bene che tutto soddisfa con la sua potenza”.  C’è piena corrispondenza tra “Shaddai” e gli attributi “Harvesp tavãn / rayomand/ khoremand” che nell’Avesta vengono dati al Saggio Signore.
I testi di lode più noti, e anche più ripieni dello spirito di lode, sono senz’altro i Salmi 148 e 150. Da essi, in forma diretta o mediata, si sviluppò un filone letterario-religioso che raggiunge uno dei suoi apici nel Cantico delle creature di Francesco da Assisi. Ma qui vogliamo riportare il testo che nel C.S.J. si usa nelle devozioni quotidiane e nel culto, un testo tratto dalla Preghiera del Mattino in onore e ringraziamento dell’Eterno Padre di David Lazzaretti (tradizionalmente in uso nella Fratellanza Giurisdavidica del Monte Amiata). Qui la stessa lingua italiana è lode e divine sono l’ingenuità e la meraviglia che lo attraversano:

giurisd3“….Tu Astro di immensa luce, con i tuoi raggi mattutini, unisciti meco ad onorare e glorificare il mio Dio. E voi, Pianeti di tutta la gran volta dei Cieli, unitevi meco col vostro brillante splendore ad onorare e glorificare il mio Dio. Voi Venti che percorrete l’aere da l’uno a l’altro polo, unitevi meco col vostro soffio e onorate e glorificate il mio Dio. Voi Fiumi, Torrenti e Sorgenti di tutta la terra, unitevi meco col vostro mormorio incostante e onorate e glorificate il mio Dio. Voi, Alberi, Cedri di tutto il suolo della terra, unitevi meco col moto sonoro delle vostre fronde… Voi Pomi, Fiori, Erbe di tutte le specie unitevi meco colle vostre esalazioni odorifiche e onorate e glorificate il mio Dio. Voi pure Nevi, Geli, Brine e Rugiade unitevi meco colla vostra candidezza e onorate e glorificate il mio Dio. E voi sacri Bronzi di tutti i Templi della terra unitevi meco col vostro squillo risonante per l’aere e onorate e glorificate il mio Dio…. E voi Campagnoli che andate alle vostre campagne, e Viaggiatori di terra e di mare, unite le vostre preci alle mie e onoriamo e glorifichiamo l’Altissimo Iddio che ci ha conservati in questa santa notte acciò ci conservi e ci assista in questo santo giorno…. voi pure Fiere, Quadrupedi di tutte le Campagne, Selve e Foreste della terra, unitevi meco col vostro belo, mugghio, nitrito e onorate e glorificate quel Dio che vi illumina e vi conserva. E voi Volatili di tutte le specie, unitevi meco col vostro armonico canto e onorate e glorificate quel Dio che vi illumina e conserva. Voi Balene, Pesci tutti del mare che guizzate per le chiare onde, unitevi a me con lo stridolo delle vostre squame e onorate e glorificate quel Dio che vi illumina e conserva. Insomma noi tutti in completo, creature… onoriamo e glorifichiamo l’infinita misericordia dell’Altissimo e Clementissimo Iddio, ché da Lui dipende tutto il creato e l’increato…”


Il compimento: Padre nostro o Preghiera del Signore

La Preghiera del Signore – il Padre Nostro – è, come si sa, la più importante nella fede cristiana, proprio perché insegnata, secondo l’Evangelo, da Gesù stesso. Vedremo nella sezione Testi come abbia significative corrispondenze nell’Ahunvar (o Ahuna Vairya, o Yathā Ahū Vairyō), una delle preghiere-madri zoroastriane che si recita nei servizi inter-religiosi del Claustrum Sancti Johannis, anche se con una differenza fondamentale e tuttavia complementare: essendo di natura esistenziale, il Padre Nostro è una sequenza di richieste dirette, implicitamente dialogiche, a Dio, mentre l’Ahunvar è piuttosto un distillato di essenza spirituale, e si esprime in terza persona: il Tu, che è garanzia di intimità uomo-Dio, non vi è presente.

padrenostro

Padre nostro che sei nei Cieli
sia santificato il Tuo nome
venga il Tuo Regno
sia fatta la tua volontà, come nei Cieli così in Terra
dacci oggi il nostro pane del domani [del Regno]
rimetti a noi i nostri debiti, come [o: appena] noi li rimettiamo ai nostri debitori
e non lasciarci nella prova
ma liberaci dal male [dal Maligno]
Amen 

– “Padre Nostro”: (Avinu in ebraico, abun in aramaico), equivalente a “Im-anu-‘El” (Dio con noi): il richiamo alla divina paternità è come una invocazione affinché il Suo Spirito scenda sull’orante

– “che sei nei cieli”: nella tradizione ebraica il Cielo “shamayim” è l’insieme di fuoco e acqua (esh/mayim, rappresentati secondo il Sepher Yetzirah, dalle lettere שׁ e מּ). Dunque Dio è in alto, ma anche in basso (dove le acque tendono a discendere) e il Cielo di cui si tratta non è solo quello astronomico (che con la sua immensità suggerisce eternità), è un Cielo interiore, avvolgente e compenetrante ogni realtà, in sostanza un Oltrecielo.

– “sia santificato il tuo nome”: nome, in senso biblico, sta per l’identità specifica, l’essenza, non per la convenzione o l’apparenza (Gesù ammonisce che non è dicendo “Signore, Signore” che si accede al regno); santificato significa estratto, isolato dal resto, esaltato: la Tua essenza luminosa venga distillata nelle tenebre mondane, e ognuno lavori a tal fine.

padrenostro2  “venga il Tuo Regno, sia fatta la tua volontà come in Cielo così in terra”: il mondo fisico sia soggiogato al Tuo Santo Spirito, la creazione rinnovata a imitazione del Tuo Regno; possa cioè l’Intelletto d’Amore governare, permeandola, l’intera manifestazione cosmica.

Possa Tu, infine, regnare anche qui (e l’usurpatore, il “principe di questo mondo” venga detronizzato); Cielo e terra celebrino le mistiche nozze, “sotto l’ombra delle Tue ali” (Sal. 17, 8).

– “dacci oggi il nostro pane quotidiano” o, meglio ancora, seguendo la lezione dei Nazarei (antichi giudeo-cristiani), “il nostro pane del domani” (“mahar”): noi chiediamo il Tuo sostegno, che è nostro nutrimento (“Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”, Mt. 4,4), ovvero il pane “soprasostanziale” (il termine greco che si trova in Matteo, epiousion, se inteso come forma participiale di epieimì, significa questo). Ma il pane “soprasostanziale”  è una immagine del pane del Regno che verrà (nel “domani” di Dio: questa accezione – convergente con l’aramaico mahar – si collega a una possibile derivazione da epieîmi, locuzione temporale dal verbo “seguire”).
In virtù di questo significato intenzionale, la richiesta del pane come nutrimento corporeo assume un valore più completo (“Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta”, Mt. 6,33).

L’anelito al Regno di Dio deve dunque presiedere al banchetto terreno. Quando, come in una sorta di  delirio agonico, si diffonde vertiginosamente il culto del cibo, mentre – oltre tutto –  vi è chi muore di fame, e non si invoca sinceramente – né si cerca di contribuire a edificare – il Regno, allora l’elemento fagico, divoratore, ahrimanico si potenzia e il grido di Geush Urvan, a nome della Buona Creazione violata, echeggia.

– “rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”: possiamo – e affermiamo di volere – colmare le altrui mancanze nei nostri confronti, ma ci appelliamo a Dio affinché colmi le nostre nei confronti altrui (e Suoi). Si stabilisce così una reciprocità tra l’anima e Dio nel superamento del male

padrenostro3– “e non lasciarci [o fa’ che non cadiamo] nella prova, ma liberaci dal male [o dal Maligno]”. Come ricorda l’apostolo Giacomo, “Dio non tenta nessuno” (Gc. 1,13). D’altra parte la testimonianza di cristiani diversi per epoca, estrazione, temperamento e idee, quali Gregorio di Nissa, Lutero, Mary Baker Eddy, oltre che un corretto approccio linguistico-filologico, ci sollecita a cogliere il senso profondo del versetto (abitualmente tradotto con un singolare e fuorviante “non indurci in tentazione”). Dio non induce alla tentazione – che è diabolica – ma tempra le anime nel combattimento. Ora, l’anima è, per così dire, cresciuta – nel corso della preghiera, che è una miniatura dell’intero percorso spirituale, ha assaporato il pane del Regno e si è tolta di dosso il peso del peccato, commesso e subito – e chiede perciò al Padre di rivestirla delle qualità superiori, celesti (eredità primigenia dell’anima, logorata dalla battaglia della vita terrena); vestici di nuovo delle Tue armi di luce, Signore, questo si chiede con l’idea di non essere “esposti” alla tentazione, alla prova (o di “non cadere nella prova”, o ancora, come nella versione della Chiesa Giurisdavidica, di “non indurre se stessi in tentazione”): solo col Tuo sostegno ci libereremo dall’Avversario.

 

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